Dal welfare aziendale al welfare territoriale. Fare rete tra imprese per un nuovo modello di welfare

Il Working Paper 2/2018 della Collana 2WEL è dedicato alle reti di imprese sviluppate da aziende italiane, specialmente PMI, per implementare interventi condivisi di welfare aziendale. Analizzando le esperienze di due reti nate in Veneto e in Emilia Romagna, Lorenzo Arletti ha cercato di comprendere se tali aggregazioni abbiano facilitato la diffusione di politiche di welfare all’interno delle imprese aderenti e quali siano le loro prospettive di sviluppo territoriale.

Abstract

La necessità di ricercare nuove risorse per fronteggiare la crisi e le trasformazioni del welfare pubblico, negli ultimi anni, ha favorito la crescita del welfare aziendale. Tuttavia, come evidenziato da numerosi rapporti di ricerca, l’implementazione di politiche di welfare aziendale sembra essere una prerogativa delle grandi aziende mentre le micro, piccole e medie realtà (prevalenti nel contesto italiano) appaiono in difficoltà sia per le ridotte dimensioni aziendali sia per l’assenza di adeguate conoscenze e metodologie di azione in materia. Nel tentativo di colmare questo gap, negli ultimi anni, numerose aziende hanno preso parte a tavoli di collaborazione, a progetti di condivisione di misure, a iniziative delle organizzazioni di rappresentanza per dare vita a reti strutturate con altre aziende e costituire quella massa critica necessaria a diffondere il welfare aziendale. A fronte della crescita di tali iniziative, il seguente contributo presenta i risultati di una ricerca empirica condotta in Emilia-Romagna e Veneto nel periodo novembre 2016 – febbraio 2017 e avente per oggetto due reti per l’implementazione di politiche di welfare aziendale. L’obiettivo della ricerca è stato, da un lato, comprendere se l’aggregazione in rete abbia facilitato la diffusione di politiche di welfare nelle piccole e medio imprese e, dall’altro, analizzare la possibile evoluzione del welfare aziendale a livello territoriale, grazie alla costituzione delle reti. Partendo da un breve excursus sulle trasformazioni dei sistemi di welfare e sulle problematiche legate allo sviluppo del welfare aziendale (e territoriale), saranno presentati i due casi oggetto di studio. Ciascun caso viene introdotto a partire dai processi che ne hanno portato alla costituzione per poi analizzarne le dimensioni prese in esame: le caratteristiche delle cabine di regia e le modalità di governo fra gli attori; i modelli culturali di welfare veicolati dalle reti nonché i dispositivi e i servizi realizzati reticolarmente. Particolare attenzione inoltre è posta alla dimensione territoriale: sono state analizzate le motivazioni alla base del territorio di riferimento, il coinvolgimento degli stakeholder e la cultura del territorio veicolata dagli attori facenti parte delle reti.

Fonte: secondowelfare.it

RIFORMA DEL TERZO SETTORE: ISTRUZIONI PER L’USO. IL 23 MAGGIO UN WORKSHOP IN REGIONE

Il convegno è un’occasione importante per approfondire tutti gli aspetti legati alla riforma. Le sfide che attendono il settore sociale, in questo periodo di transizione, pretendono coesione sociale e collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti, sia pubblici che privati, per realizzare obiettivi comuni. Analizzare i nuovi scenari che si prospettano è il fulcro di un incontro che convoglierà, in un’unica giornata, tutte le voci che hanno lavorato e interpretato la riforma per renderla fruibile e comprensibile al mondo del Terzo settore.

REGIONE LAZIO – Sala Tirreno – Piazza Oderico da Pordenone 15

23 MAGGIO 2018 – ore 9.00

  1. Andrea TardiolaSegretario generale, Salute e Politiche sociali, Regione Lazio
    DAL PIANO SOCIALE REGIONALE ALLA LEGGE 11/2016
  2. Alessandro Lombardidirettore generale del Terzo settore,
    Ministero del Lavoro e delle Polit. Sociali

    RAPPORTI TRA P.A. ED ENTI DEL TERZO SETTORE
  3. Gabriele Sepioconsulente Ministero del Lavoro e Politiche sociali, estensore decreti di riforma del terzo settore, membro del Consiglio nazionale del Terzo settore
    RIFORMA DEL TERZO SETTORE TRA SUSSIDIARIETA’ E INNOVAZIONE SOCIALE
  4. Luigi Corvoprofessore facoltà di Economia di Tor Vergata
    IMPATTO SOCIALE E RUOLO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE
  5. Francesca Daneseportavoce Forum Terzo settore Lazio
    LA SFIDA DELLA CO-PROGETTAZIONE PER COSTRUIRE MODELLI DI COESIONE SOCIALE
  6. Alessandra TroncarelliAssessore alle Politiche sociali e Welfare, Regione Lazio
    CONCLUSIONI

COORDINA – Tiziana Biolghinidirigente Area Sussidiarietà orizzontale, Terzo settore e Sport, Regione Lazio

Spendere meglio con un Welfare di tipo generativo

di Cinzia Arena, Avvenire

Distribuire o produrre? Reddito di base o servizi? É partito da questo dilemma il dibattito lanciato ieri da Francesco Gesualdi sulle pagine di Avvenire su quale sia la strada che lo Stato deve imboccare per garantire ai cittadini il soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Deve limitarsi a fare da collettore e distributore della ricchezza prodotta per assicurare a tutti una quantità minima di soldi (il reddito di base che è cosa diversa dal reddito d’inclusione e dal reddito di cittadinanza proposto dal Movimento Cinque stelle proprio perché rivolto a tutti in maniera indifferenziata, è, appunto, universale) oppure deve produrre servizi adeguati e gratuiti non solo sui fronti come la scuola e la sanità, ma individuando anche altri campi di intervento in linea con i tempi? In Finlandia duemila disoccupati sono stati scelti a caso per una sperimentazione: ricevono un assegno di 560 euro esentasse ogni mese, anche nel caso in cui dovessero trovare un lavoro. L’obiettivo dei ricercatori era capire che effetto avesse questo reddito di base sul benessere dei cittadini e sul loro atteggiamento verso la ricerca di un impiego. Il governo però ha sospeso il test, annunciando altri esperimenti di welfare innovativo. In Italia una misura universalistica come il reddito di base costerebbe 480 miliardi di euro l’anno. Una follia. Ma soprattutto, secondo Francesco Gesualdi, non risolverebbe i problemi reali. Mentre ridisdegnare la mappa dei servizi gratuiti potrebbe avere benefici più vasti. Ad esempio investendo sulla tutela dell’ambiente ed ipotizzando, sul modello tedesco, mezzi pubblici gratuiti a partire dalle grandi città o servizi di accompagnamento alla prima infanzia come gli asili nido.

Un welfare ‘generativo’ che abbia come obiettivo spendere meglio, anzi ‘moltiplicare’ le risorse a disposizione. Perché il sistema assistenzialistico, delle erogazioni a pioggia e a fondo perduto, ha dimostrato da tempo la sua inefficacia. Tiziano Vecchiato, presidente della Fondazione Emanuela Zancan che realizza attività di ricerca e sperimentazione per innovare i servizi alle persone, è convinto che in Italia si possa fare molto di più per sostenere le fasce deboli della popolazione senza incrementare le risorse messe a disposizione dallo Stato.
Su Avvenire si è aperto il dibattito sull’ipotesi di servizi di base gratuiti per tutti contrapposti all’idea del reddito di base. Quale strada secondo lei è percorribile in Italia?
Si tratta di due strategie universalistiche non condivisibili né percorribili. Il vero problema non è raccogliere per ridistribuire a tutti in parti uguali bensì moltiplicare, mettere a frutto le risorse che pure ci sono, per sostenere chi ha più bisogno.

Quindi il problema non è la mancanza di risorse? A Milano abbiamo fatto un’analisi su cosa succede ad una persona che si trova in difficoltà economiche. Ha di fronte ben 65 possibilità ‘pubbliche’ di avere un supporto economico. Ma dovrebbe aver fatto un corso specifico per riuscire a districarsi in questa giungla. Il risultato è che ai bandi accedono solo alcune persone. Ma gli aiuti erogati in questo modo, ammesso che vadano davvero ai più bi- sognosi, non bastano per uscire dalla condizione di indigenza.

Il reddito di inclusione è stato un traguardo a lungo atteso nella lotta alla povertà.
Abbiamo impiegato cinque anni a dibattere sul fatto che serviva una misura di sostegno agli ultimi. Ma il Rei non è una misura universale, è categoriale, vi può accedere solo chi è al di sotto una certa soglia di reddito e non ha altri aiuti. I tassi di povertà non si sono ridotti, anzi sono cresciuti negli ultimi dieci anni. Il 30% delle famiglie più povere detiene solo l’1% della ricchezza complessiva. Il compito dello Stato è ridurre le diseguaglianze. A fine anno ci sono stati 62 miliardi per trasferimenti assistenziali in Italia. Di questi sette miliardi ai Comuni che sono gli unici in grado di dare servizi diretti (accesso al nido, sussidi per affitto). Per il resto si tratta di erogazioni stratificate nel tempo.

Quali soluzioni concrete potrebbero essere realizzate invece?
Il 90% della spesa assistenziale è fatta di trasferimenti senza servizi. La Fondazione Zancan ha ipotizzato che utilizzando 1,5 miliardi dei trasferimenti ai Comuni per allargare l’accesso ai nidi pubblici si avrebbe un duplice beneficio. Fa un lato il raddoppio del numero di bambini che li frequenta (diventerebbero 400mila) dall’altro la creazione di 42mila posti di lavoro, soprattutto per le donne. Questo è quello che noi chiamiamo welfare generativo, un welfare che crea ricchezza. Penso al caso di bambini con dislessia, piuttosto che ricevere degli assegni le mamme intervistate, hanno chiesto la possibilità di accedere gratuitamente alla logopedia.

Meno assegni insomma e più servizi, sembra una soluzione semplice e senza impatto economico.
Il governo Renzi aveva messo sul tavolo 9 miliardi per i famosi 80 euro, per il Rei sono stati stanziati due miliardi. Ma bisogna fare un passo avanti per creare ricchezza da quelle risorse. Ad esempio in Italia si spendono circa 12-13 miliardi di indennità per persone con disabilità. Non è ovviamente ipotizzabile togliere l’indennità di accompagnamento ma bisogna fare un passo avanti, consentendo a queste persone ad esempio di imparare un mestiere. Valorizzare le capacità dei singoli porta benefici alla comunità.

(nella foto Tiziano Vecchiato, presidente della Fondazione Zancan)

Fonte di riferimento: AVVENIRE

Personal fundraising, la nuova frontiera della donazione

di Sara De Carli

È una delle cinque nuove rotte del fundraising mappate nel nuovo numero di VITA. Sono individui che “ci mettono la faccia”, chiedendo soldi a sostegno di un progetto sociale, prevalentemente sfruttando il digitale. 6mila italiani l’hanno già fatto su Rete del Dono, raccogliendo 6 milioni di euro. Chi sono? Avere successo è facile come sembra? I consigli di Valeria Vitali ai personal fundraiser e alle organizzazioni non profit

C’è l’explorer, che lo fa perché ama sperimentare tutto ciò che è nuovo: lo fa per festeggiare una ricorrenza e non ripete quasi mai. C’è il socializer, che lo fa prevalentemente perché raccogliere fondi per una buona causa ha un elemento di divertimento e di gioco, che gli permette di socializzare. Poi c’è l’achiever, con una forte motivazione personale. Infine il killer, che la vede come una sfida personale e che ha spesso una forte coinvolgimento con la organizzazione di cui sostiene la buona causa. Sono questi i quattro profili dei personal fundraiser, ovvero individui che si fanno ambasciatori di una buona causa, invitando i propri amici a donare e donando loro stessi per primi tempo, risorse, relazioni. I costi sono bassissimi, i risultati possono essere sorprendenti. Il personal fundraising una delle cinque nuove rotte del fundraising mappate nel nuovo numero di Vita.Mission Bambini ad esempio ha iniziato nel 2016 a fare campagne di raccolta fondi con i personal fundraising: hanno già raccolto 150mila euro attraverso una cinquantina di ambasciatori e nel 2017 con #GivetheBeat hanno vinto la prima edizione del Digital Fundraising Award. Nella stessa occasione una menzione speciale è andata a Enrica Gironi, una volontaria della comunità ZeroSei di Fondazione L’Albero della Vita: quando il pulmino della comunità si è rotto, lei ha deciso di metterci la faccia, cercando fra i suoi contatti i soldi necessari per comprarne uno nuovo: ha raccolto quasi 12.500 euro e così oltre al pulmino la comunità adesso ha un’automobile. Le persone hanno risposto perché si fidano di lei.

Non sono eccezioni: più di 6mila italiani si sono già messi in gioco come personal fundraiser sulla piattaforma leader nel settore, Rete del Dono, che ha debuttato nel 2011. Hanno fra i 30 e i 60 anni: la padronanza del digital ormai è trasversale e anche chi dona per un terzo è over55. Rete del Dono conta quasi 1.700 progetti finanziati, con 100mila donazioni e 6 milioni di euro raccolti. Il 48% delle donazioni arriva da mobile e ogni progetto raccoglie in media 750 euro.

Valeria Vitali è la cofondatrice di Rete del Dono. Insieme alla socia Anna Maria Siccardi ha scritto il volume Crowdfunding e personal fundraising: la nuova frontiera del dono, in uscita a maggio per EPC. In questa intervista spiega cos’è il personal fundraising e chi lo può fare, ma soprattutto quali sono le attenzioni che un’organizzazione non profit deve avere quando decide di iniziare ad avere dei personal fundraiser.

Valeria Vitali 3 Mod
Il personal fundraising ha costi bassi e sta dimostrando di avere ottime potenzialità. Cosa c’è alla base del suo successo?
​Intanto il personal fundraising non è una novità. Esiste dal 2000, sostanzialmente da quando è nato JustGiving, nel 2000, loro sono incredibili. Il mercato nei paesi anglosassoni è diverso, il concetto stesso di dono è diverso, spesso lì il cittadino vuole dare il suo contributo come forma di impegno civile, le persone sono più attive, non si limitano solo a donare ma partecipano attivamente alla vita dell’organizzazione… Però il concetto del “metterci la faccia” è vecchio come Noè, diciamo che il crowdfundindg – un termine che ha iniziato a circolare nel 2012/2013 – è una parola nuova per dire un mestiere antichissimo, pensiamo alla chiesa, il Duomo di Milano è stato costruito con le piccole donazioni dei fedeli. Il digital ci dà l’opportunità di raggiungere tutti, di condividere contenuti più facilmente, allargando il nostro raggio d’azione: così anche raccogliere fondi si può fare in modo più rapido, ma la logica è la stessa. Noi siamo nati nel 2011, ci siamo ispirati a JustGiving: siamo partiti facendo solo personal fundraising e poi abbiamo allargato al crowdfunding. Il personal fundraising è una forma “individuale” di crowdfunding in cui “l’individuo” sostenitore diventa ambasciatore di una buona causa, donando e invitando i propri amici a donare. Ci sono forti correlazioni tra il tema della gamification e il personal fundraising: certamente è non un gioco ma le persone lo fanno anche perché è un modo simpatico e divertente di coinvolgere partenti e amici attorno al progetto di solidarietà scelto.

Quali sono i numeri su Rete del Dono?
Rete del Dono ha raccolto ad oggi 6 milioni di euro. Gli eventi sportivi sono un grande driver per arrivare alla massa critica, che nel nostro paese non abbiamo ancora raggiunto. La donazione media è di 72 euro, la moda – ovvero la donazione fatta più di frequente – è 16 euro. La media del raccolto, per ciascun progetto, è attorno ai 750 euro. Le donazioni sono complessivamente 100mila, di cui la metà fatte da mobile: il 9 maggio con PayPal e Doxa presentiamo la quarta edizione di Donare 3.0, che monitora la propensione a donare degli internauti e ci aspettiamo una crescita ulteriore. Fra il 2016 e il 2017 la percentuali di donazioni sul portale fatte da mobile è passata dal 24 al 48%.

Chi sono le persone che si mettono in gioco come personal fundraiser?
Il personal fundraiser è un donatore. Donatore di tempo, di fondi, di relazioni. Grazie a lui l’organizzazione raggiunge persone che non la conoscevano, se tu onp sei brava a coltivare questa relazione puoi ampliare di molto i tuoi contatati. Ci sono persone fidelizzate alla buona casa, come Antonio Brienza, un pediatra che ha scelto un’organizzazione e l’ha sostenuta per cinque anno, con l’obiettivo di aprire un ambulatorio pediatrico in Madagascar, raccogliendo più di 63mila euro. Altri invece sono fedeli al dono ma preferiscono attivarsi a sostegno di cause sempre diverse. Ovviamente c’è anche chi non ripete l’esperienza: in percentuale explorer e socializer sono di più, ma la raccolta fondi percentualmente la fanno più gli altri, quelli che hanno un ingaggio forte con l’organizzazione e la buona causa. I personal fundraiser sono persone tra i 30 e i 60 anni, un buon range di età, perché il digitale è alla portato ormai di tutti: proprio le persone più mature spesso raccolgono di più perché hanno amici con più possibilità economiche.

Quali sono le occasioni che riscuotono maggior successo?
L’impresa sportiva su Rete del Dono indicativamente ad oggi ha generato una raccolta fondi fra i 2,5 ai 3 milioni. Funzionano bene anche i matrimoni, i compleanni, i battesimi e stanno iniziando a funzionare anche le raccolte fondi in memoria di una persona cara, tipo “non fiori ma opere di bene”.

Ci sono progetti che a livello di contenuto hanno più successo di altri?
Il settore salute e ricerca va molto bene, non solo sul digitale. Poi il sostegno a persone con disabilità, l’assistenza sociale, l’ambiente. L’elemento della vicinanza territoriale non impatta, il donatore che risponde a un appello di un personal fundraiser dona per un atto di fiducia nella persona che glielo chiede, non approfondisce più di tanto il progetto: il ragionamento è che mi fido di te, se tu hai scelto quel progetto è sicuramente buono.

Che cosa dire a una ONP che vuole partire con il personal fundraising?
Alle onp dico sempre di partire dal porsi una domanda: “ne ho le forze?”. Se faccio una campagna, la faccio perché abbia successo, quindi devo chiedermi se ho le forze per avviarla. Faccio sempre il paragone con maratona: se io non mi alleno, non la faccio. Così la raccolta fondi. Ci devono essere dei presupposti. Prima di partire la onp deve fare un digital check up, per capire qual è la sua salute digitale. Ho un sito o ne ho uno barcollante? Sono sui social? Come spiegare al personal fundraiser come attivarsi in modo efficace sui social se io non lo so fare per primo? Devo dargli dei suggerimenti, devo essere in grado di sostenerlo, di ringraziare sui social, di condividere sui social, far vedere cosa sta facendo il personal fundraiser: se non ho i canali per portelo fare… diventa tutto molto complicato, perché ha tutto un altro valore se l’onp è vicina al personal fundraiser e valorizza ciò che lui sta facendo. Inoltre l’onp deve iniziare a fare anch’essa un po’ di crowdfunding: nella maggior parte dei casi il personal fundraiser non è slegato dal crowdfunding, l’onp ha un progetto attivo, online, che sta promuovendo e su cui parallelamente coinvolge i personal fundraiser. Certo, ci sono situazioni in cui un personal fundraiser corre da solo, ma è meno frequente.

Screenshot Copertina
Il personal fundraising funziona quando…
C’è una presenza digitale della onp, il successo dipende da quanto l’onp sa presidiare il web, ha una community aggregata con cui comunica e comunica regolarmente con i canali digitali. Se sono in grado di fare queste cose, ci provi. Altrimenti no, prima devo aggiustare la mia salute digitale.

Ovviamente coinvolgere gli amici nella donazione può essere facile la prima volta, ma dalla seconda volta diventa più faticoso… quali consigli?
Se tu hai aggiornato i tuoi amici sulla destinazione dei fondi, le persone magari donano di nuovo: la rendicontazione è fondamentale anche se naturalmente la prima volta è più facile. La ricompensa invece non impatta: l’80% dei donatori afferma che non avrebbe donato di più se ci fosse stata una ricompensa di suo interesse. Questo lo diciamo sempre chiaramente alle onp, di fatto la persona dona per sostenere un progetto di solidarietà, non per avere un ritorno personale. La ricompensa funziona nel crowdfunding sul prodotto o di equity, ma sulla solidarietà non fa la differenza. Per questo suggeriamo sempre di fare una riflessione attenta sulla reward, se l’investimento è piccolo, ma se ci devi mettere energie e risorse ha poco senso perché il donatore non è più contento, non la sta cercando.

Una forma di fundraising a bassisimi costi e ad alta resa: è corretto?
I costi di startup sono bassi, ma non è che non ci siano costi: devi investire tempo risorse per pianificare la campagna e organizzare gli struemnti, questo aspetto non va sottovalutato. Certamente sono costi che non sono paragonabili al direct marketing, ma non è vero che non costa niente: serve una risorsa che segua la campagna, che ne sia l’anima, senza un project manager è difficile che si arrivi all’obiettivo, perché ovviamente non basta mettere online una campagna perché la campagna abbia successo. Tra l’onp e i personal fundraiser ci deve essere gioco di sponda, l’onp deve seguire i suoi personal fundraiser, tenerli aggiornati, dare loro visibilità, intervistarli, rilanciarli… occorre coltivare la relazione con il personal fundraiser che se si sente amato e apprezzato è incentivato a ripetere l’esperienza. In questo modo l’organizzazione ha visibilità attraverso altri, non in maniera autoreferenziale: tutti sappiamo quando valga fare branding avendo un ambasciatore.

Dopo i consigli per le ONP, quali sono invece i suoi consigli per i personal fundraiser?
Una mail non basta, ne servono almeno tre mail: non abbiate paura di chiedere. Dico tre volte perché magari la prima mail è arrivata nel momento sbagliato, uno non ha donato non perché non vuole farlo ma solo perché se ne è dimenticato. L’altro consiglio è donare per primo, dare il buon esempio, la prima donazione che si deve vedere sulla pagina è quella del personal fundraiser, che così dimostra di credere nel progetto. Importante è la rendicontazione, aiuta tantissimo e nello stesso tempo ricorda ancora una volta la possibilità di donare. Immagini e video sono fondamentali e le scommesse – farò questo se raggiugo questo obiettivo parziale – coinvolgono molto.

Quanto crescerà il personal fundraising?
C’è uno spazio di crescita importante e nella misura in cui le onp si avvicinano al digital ci sarà ancora di più. Noi rispetto ad altri paesi non siamo così puntuali e programmati e questa mancanza di sistematicità nell’affrontare il fundraising è un minus per questo strumento che più il mercato è maturo meglio funziona.

fonte di riferimento: VITA.IT